LA RIVISTA

Emily Dickinson ha scritto che “non c’è nessun vascello che possa portarci in contrade lontane come può un libro”. E appunto questo vuole essere lo scopo di “Nova Itinera”.

Avviare un percorso nelle contrade lontane di un diritto ancora in formazione, il diritto di una società che si annuncia profondamente diversa da quelle del passato.

D’altronde, una rivista di cultura giuridica con una qualche ambizione non potrebbe proporsi, in questo accidentato inizio di percorso del nuovo millennio, che di “insegnare quel che debba farsi”, piuttosto che continuare, secondo il modo antico e forse sterile, ad “annunziare quel che si fa”.

Nova Itinera non sarà, quindi, e ce ne scusiamo anticipatamente con chi si fosse aspettato qualcosa di diverso, un contenitore di news giuridiche o uno spazio dove raccogliere i molti commenti che, invariabilmente, ogni nuova norma suscita.

Sarà invece un luogo di proposte e di provocazioni, aperto agli insegnamenti del passato, in cui permettere il confronto tra le diverse istanze che animano e costituiscono il diritto, magari in modo più composto e costruttivo rispetto a quanto accade in altre sedi.

Mario Ascheri ci rammenta nel suo articolo sulla pena e le pene di morte, pubblicato in questo numero, che oggi esistono solo confini politico-giuridici-militari. E che altro tipo di muri, anche se fortemente agognati, sono ormai, quasi sempre, di impossibile realizzazione.

Proprio da questa difficoltà di costruire un limes preciso e stabile tra categorie, tra nazioni e, in definitiva, tra le stesse esigenze fondamentali del vivere quotidiano, nasce il diritto del terzo millennio: un diritto privo di stabilità e di uno scopo unitario, destinato ad un rapido consumo, incapace di essere conosciuto se non nei suoi aspetti più superficiali.

Cosa rimane da fare, dunque, al giurista contemporaneo?

Certamente, continuare a lottare contro tutte le forme di omologazione culturale e di ignoranza, per la sopravvivenza di una specifica cultura giuridica ed umana.

Un grande storico francese, Marc Bloch, sosteneva che il compito principale dello storico è distinguere il vero dal falso. Ai giuristi di oggi tocca, a ben vedere, un compito ancora più arduo: quello di impedire che nella coscienza degli uomini la distinzione tra vero e falso, tra giusto e ingiusto, venga definitivamente cancellata.

Stefano Amore, Direttore di “Nova Itinera”

 

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